IL SOTTILE FASCINO DELLA VAL DI ZENA

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Percorrere la Valle dello Zena è come fare un viaggio indietro nel tempo. Non è una battuta, ma chi si addentra in questo solco vallivo, che si è aperto la strada attraverso le ere geologiche, osserva subito che non è stato turbato da insediamenti artigianali o, ancor peggio, industriali. L’ambiente è letteralmente rinato dopo gli scempi prodotti dalla seconda guerra mondiale che ha spogliato e distrutto tanti pezzi di storia appenninica. Quando ero ragazzino, negli anni ’50, l’asfalto finiva davanti alle Grotte preistoriche del Farneto. Da lì in poi strada bianca, inghiaiata e con buche. Percorrerla con una vecchia e pesante bicicletta, era come andare all’avventura. Il traffico era inesistente e pedalando… pedalando, ci si inoltrava in un paesaggio che via via cambiava sotto il caldo sole estivo. Si era   in compagnia del solo rumore delle gomme   che arrancavano e sembravano lottare con la ghiaia ed i sassi. Perché ho raccontato questo? Perché ancora oggi è possibile ritrovare queste sensazioni. Il mondo attorno è incredibilmente lo stesso: dove lo Zena si immette nel torrente Idice, è ancora possibile scoprire nel greto, sassi dalle forme strane dall’aspetto di animali, meloni, madonnine ecc.: sono i famosi Botroidi o, come li chiamava Luigi Fantini, Icoliti (immagini di pietra). Qui infatti il grande antesignano della Ricerca appenninica bolognese ne raccolse alcune centinaia, che dopo diversi decenni sono stati da noi ritrovati e oggi esposti al Museo di Tazzola, sotto al Monte delle Formiche dove lui riposa. Fantini, che ebbi il piacere di frequentare, è il personaggio che più si identifica con questa straordinaria valle. E che dire del fascino sottile e carico di mistero che avvolge, ancora oggi, la Grotta del Farneto? Qui dentro vissero le prime comunità del Bronzo, alcune migliaia di anni fa, lasciando importanti testimonianze. Questa è stata, anche, la fucina degli speleologi bolognesi. Anch’io iniziai ad entrare in quella caverna con un timore reverenziale, ma poi divenne, non solo per me, un modo per eradicare paure ataviche. Affascinante è la vita che si svolge negli scuri corridoi e sale, in cui la luce del sole non è mai penetrata, dove grilli dalle antenne lunghissime, ragni diafani e pipistrelli lì vivono e si riproducono. Lasciata questa zona dei Gessi (testimonianze di un antico mare ), si prosegue fino al Botteghino. Nel cortile della ex scuola, un gruppo di appassionati (i fratelli Paganini) hanno creato (ed è possibile ammirarla) una balena in argilla che riproduce quella trovata, fossile, cinquant’anni fa sulle colline della val di Zena. Più avanti il Lago artificiale dei Castori, è al centro di dolci colline con pascoli verdeggianti. Poco più avanti, il torrente si è scavato una gola. Qui generalmente l’aria si fa più fresca ed umida. E’ come attraversare una specie di corridoio dove, al di là, si è circondati da grandi pareti di arenaria assenti del tutto prima. La sensazione che fin da allora provavo, era quella di trovarmi in un mondo nuovo e diverso. Si è infatti entrati in contatto con le propaggini del Contrafforte Pliocenico, che in altri termini significa essere di nuovo sul fondo di un altro mare, questa volta più recente rispetto a quello dei Gessi. La strada costeggia alcune pareti   bombate, semi circolari: sono i resti di accumuli sabbiosi abbandonati dal fiume nel suo antico sinuoso percorso. Dalle pareti sporgono dei blocchi rotondeggianti (i cogoli) che fanno assomigliare (visti con la fantasia di ragazzo) alle murate di antichi vascelli settecenteschi. Il percorso a questo punto si sdoppia permettendo una deviazione in alto, su una ripida strada a tornanti, fino a Cà di Pippo ( con ristorante) e da qui alla frazioncina antica di Tazzola dove, da alcuni anni è visibile una sala espositiva dedicata a Fantini con i suoi botroidi ed alla Val di Zena. In alto, sulla cima, si arriva al santuario del Monte delle Formiche, che in Settembre è avvolto da moltitudini di formiche alate fin dai tempi antichi. Tornando in valle si passa poco lontano dal Castello di Zena sorto intorno all’anno Mille creato da Matilde di Canossa come baluardo   di confine dei suoi territori. Ripresa la valle, dopo un piccolo gruppo di case con un buon ristorante, poco più avanti merita una sosta il Bed & Breakfast Sassolungo con i cavalli liberi nei prati ed un’altra raccolta di minerali fossili del territorio. Ora la nostra valle si modifica ancora una volta, lasciandosi alle spalle, dopo una cupa gola, con le pareti strapiombanti dei monti di Livergnano che chiudono il Contrafforte Pliocenico. La strada inizia a salire fino ad arrivare sotto alle pendici di Monte Bibele. Qui, ancora una volta, le radici della Storia emergono dai resti di abitazioni del villaggio Etrusco-Celtico, unico sotto molti punti di vista per la peculiarità di aver creato un punto d’incontro tra società e culture allora tanto differenti che i Romani distrussero. Dopo uno sguardo alla più alta cascata delle nostre valli, si arriva non lontano dalle aree del crinale appenninico, dopo aver lasciato un altro  antico mare dell’Era Secondaria. Le argille di ere ancora più antiche nei cui mari nuotavano i grandi rettili marini, caratterizzano un ennesimo campione di paesaggio selvaggio.

Da quanto esposto è chiaramente evidente che la valle di Zena merita quindi, di essere amata, protetta e valorizzata: sotto certi aspetti ci troviamo di fronte ad una wilderness tutta bolognese.

Giuseppe Rivalta