La scoperta e gli scavi

Nell’autunno del 1871, Francesco Orsoni, un giovane appassionato di cose naturali del territorio, allievo del Prof. Capellini dell’Università di Bologna, partendo dalla villa paterna situata alla Cicogna di San Lazzaro di Savena, si recò lungo il torrente Zena. Giunto alla Borgata Osteriola (oggi Farneto), risalì un piccolo ruscello e si trovò davanti ad un’apertura di grotta, alta e coperta da fango e da vapori d’ umidità. Poco sopra egli salì    fino ad una sporgenza di gesso: era un ampio riparo sottoroccia usato dai pastori della zona. Il giovane Orsoni, con una candela, s’ infilò in uno stretto cunicolo e dopo poco si trovò in una grande caverna col pavimento maleodorante di guano di pipistrello: aveva scoperto la Grotta del Farneto. Negli anni successivi , grazie agli scavi da lui effettuati , spesso indebitandosi, portò alla luce un ingente quantità di reperti  attribuiti all’Età del Bronzo. Nel 1888 in occasione di una grande manifestazione fieristica ai Giardini margherita a Bologna e delle celebrazioni dell’VIII° centenario dell’Università , accompagnò in visita alla sua grotta personaggi illustri della cultura del tempo come Giosuè Carducci, Enrico Panzacchi,Cesare Zanichelli, Alfonso Rubbiani ed altri.

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Orsoni ebbe una vita molto travagliata, anche se aiutato dal Carducci e dal Prof. Giovanni Capellini. Morì in miseria in un ospedale a Firenze, abbandonato da tutti , nel 1906.

Dopo diverse vicende, i suoi reperti vennero acquistati dal Prof. Edoardo Brizio direttore del Museo Civico Archeologico di Bologna, dove ancora oggi sono depositati ed esposti. Piccoli nuclei di oggetti preistoricisono presenti anche all’Istituto di Antropologia dell’Università di Bologna ed al Museo di Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro.

L’età del Bronzo nella Grotta del Farneto

Orsoni, dopo lunghi scavi nella prima sala della grotta ( e successivamente nell’ultima, nota come Sala del Trono) mise in evidenza 6 strati archeologici con alcuni focolari ed un’ingente quantità di oggetti in terracotta come tazze, scodelle di buona fattura, colini per la ricotta, recipienti con motivi geometrici, asce in bronzo ecc. Scavi successivi furono portati avanti dal Brizio (1899-1900) e più tardi da Bermond Montanari e Radmilli (1948 – 1951). In quegli anni Luigi Fantini si dedicò alle ricerche nel vicino Sottoroccia. Per l’importanza dell’insediamento la Grotta del Farneto venne dichiarata Monumento di interesse Nazionale (1915).

La grotta risulta frequentata da comunità umane per tutta l’Età del Bronzo (mediamente tra il 3000 ed il 1300 a.C.). Oltre ai reperti fittili , al Farneto sono stati trovati semi ed ossa che hanno fornito importanti informazioni riguardo alla frequentazione della grotta. Oltre alla pastorizia si sono riscontrate attività legate alla caccia, essendo nei dintorni presente una fauna abbondante. Molto in uso era anche la raccolta di frutta selvatica e bacche che incrementavano l’alimentazione di questi che alcuni definirono proto bolognesi.

La grotta vista come fenomeno carsico

Come ormai accertato, alla fine del Miocene, durante il Messiniano (7milioni-5milioni di anni fa), tutto il bacino Mediterraneo subì un quasi completo essiccamento (Crisi di salinità). In quel periodo si depositarono, in lagune periappenniniche, ingenti quantità di Gesso (solfato di calcio biidrato) favorite da un clima tropicale.

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Successivamente, dopo essere rimaste immerse sul fondo del Mediterraneo ( che era stato di nuovo riempito dalle acque dell’Atlantico), alla fine del Pliocene iniziarono a sollevarsi con il resto dell’Appennino. Diventata ormai roccia , il Gesso   iniziò a subire gli effetti demolitori degli agenti atmosferici e cominciarono a crearsi dei fenomeni carsici anche di grandi dimensioni (es.. Grotta della Spipola) La grotta del Farneto cominciò a formarsi, per la presenza (lungo una frattura prodottasi nella massa gessosa) di un corso d’acqua. Durante le fasi glaciali del Quaternario, questo torrentello, a fasi alterne, si ingrandì ed erose la roccia uscendo all’aperto davanti al torrente Zena. La zona sorgentizia   si trova al fondo della Buca di Ronzana, ma non ostante i reiterati tentativi di trovare il percorso ipogeo, da parte degli speleologi bolognesi, ancora questa via resta impraticabile. L’acqua che sgorgava in epoca molto antica dalla risorgente (=ingresso del Farneto) doveva essere molto abbondante in certi periodi glaciali (o interglaciali) avendo lasciato evidenti tracce di erosione  sulle pareti e sulle volte. Come sempre accade, il corso d’acqua (ancora presente in profondità) col passare del tempo, ha trovato un nuovo livello di base ed oggi sgorga a pochi metri di distanza dal torrente Zena, di fronte alla grotta, varie decine di metri più in basso.

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Vite nascoste nella grotta del Farneto

Come in tutte le cavità carsiche (e non), gli organismi viventi hanno occupato diverse nicchie ecologiche dando origine ad un vero e proprio Ecosistema, dove le piante verdi sono assenti per la mancanza di luce che impedisce loro di espletare la Fotosintesi clorofilliana. Tra i più comuni organismi che vivono nelle viscere del Farneto troviamo i Chirotteri (=pipistrelli) con diverse specie che escono all’imbrunire   a caccia e svernano nei mesi invernali. Interessanti sono anche dei grilli dalle appendici lunghissime (=Dolichopode) che grazie a queste possono muoversi agevolmente nel buio più assoluto. Vi sono anche ragni che tessono delicate tele poligonali e zanzare. Nelle acque del torrentello ipogeo, si muovono dei diafani gamberetti (=Niphargus) dalla vita lunghissima per il ridotto metabolismo. Le popolazioni batteriche   e micro-fungine costituiscono la base di questo straordinario ecosistema.

IL SOTTOROCCIA DEL FARNETO

Proprio accanto all’ingresso della Grotta del Farneto, si può osservare una lunga parete quasi verticale da cui spuntano numerose formazioni mammellonari di gesso: è tutto ciò che resta del cosiddetto “sottoroccia” distrutto dai lavori scriteriati della vicina ex cava (che produsse gravi danni anche all’ingresso della grotta stessa ).

Luigi Fantini, con funambolesche attrezzature, qui estrasse a partire dal 1924, numerosi reperti appartenenti all’ Età del Rame ( periodo iniziato alla fine del Neolitico e compreso, in genere, tra il 3.500 ed il 2.300 a.C.).

Si trattava di una grotticella sepolcrale che, con il passare del tempo, in parte franò, lasciando intravvedere interessanti manufatti. I resti scheletrici umani, venuti alla luce e in gran parte recuperati da Fantini (mentre un camion stava portandoli in discarica) mostrano interessanti caratteristiche insieme agli oggetti di corredo. Tra questi merita di essere ricordato un macinello completo nelle sue due parti, usato per ricavare farina da cereali ed altri prodotti agricoli, retaggio culturale dell’ epoca neolitica . Una splendida collana fatta di conchiglie e scafopodi che Fantini ricostruì, ancora oggi mostra tutta la sua sobria eleganza. Presenti anche zanne di cinghiale ed oggetti in rame, minerale, che anche se non frequente, è presente nel nostro Appennino. All’Età del Rame appartengono anche oggetti in selce provenienti da zone vicine. Questo periodo , noto anche come Eneolitico à considerato un trait d’union culturale tra Neolitico ed Età del Bronzo.

LA RIAPERTURA DELLA GROTTA DEL FARNETO

Dopo alcuni crolli del portale d’ingresso, a partire dal Gennaio del 1980 ed il più disastroso avvenuto il 27 maggio 1991, provocati dalle eccessive esplosioni della cava attigua, il Farneto sembrava perduto per sempre. Fortunatamente, dopo vari anni e  dopo una accurata visita all’interno da parte dei Gruppi Speleologici GSB-USB , ci si rese conto che l’ingresso poteva essere ripristinato aprendo un pozzo nella frana. Grazie all’interessamento della Direzione del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi (Arch. Lucia Montagni) e dell’ allora Presidente dell’Ente Forte Clò, vennero reperiti i fondi necessari per avviare i lavori (Fondazione Carisbo). Il 24 febbraio 2004 si inaugurò ufficialmente l’apertura con il nuovo presidente del Parco Prof. Umberto Bagnaresi. Con una scala a chiocciola in metallo, da quel momento, i bolognesi e le sempre più numerose scolaresche poterono entrare di nuovo ad esplorare questo monumento naturale.