Nel centro della piccola frazione di Tazzola (comune   di Pianoro), da ormai oltre cinque anni, in una antica ex stalla, è stato allestito un singolare percorso espositivo che comprende una sintesi degli aspetti geologici della val di Zena, una grande raccolta di Botroidi (forme particolari di sabbie conglutinate) raccolte da Luigi Fantini, elementi che ricordano il castello matildico di Zena, un modello di formicaio in sezione ( qui si è sotto la cima del Monte delle Formiche), oltre a artefatti di materiali paleololitici   realizzati da uno specialista bolognese, una raccolta di fossili provenienti dalle nostre zone ecc. Una serie di audiovisivi e di posters completano l’arredo di questa sala dove geologia, zoologia e storia locale si avvicendano e si integrano in un discorso culturale per tanti versi unico.

0001 LA SEDE DEL MUSEO DELLE TERRE 0002 INTERNO ENTRANDO

SEZIONE DEDICATA ALLA GEOLOGIA DELLA VAL DI ZENA

Entrando, a sinistra, le ex quattro poste della stalla sono dedicate ad altrettanti momenti delle vicissitudini geologiche della valle e quindi dell’Appennino bolognese.

Prima sezione: le sabbie gialle (Età: 0.8 milioni di anni fa circa)

Dove il torrente Zena si immette nel Torrente Idice, il letto del corso d’acqua è ricco di sassi dall’aspetto antropomorfo o di animali ecc.: si tratta di Botroidi così detti per le forme arrotondate e riunite in simil-grappoli. Questi si sono formati nelle sabbie gialle (colore dovuto alla presenza di ossidi metallici) che hanno rappresentato l’ultima spiaggia di mare quaternario, prima che le glaciazioni colmassero quel golfo padano facendolo diventare una grande pianura alluvionale. Queste sabbie costiere si sono   cementate tra loro per la presenza di un’ elevata concentrazione di Carbonato di Calcio, in parte derivato dallo scioglimento di numerosissime conchiglie di molluschi marini presenti fin dalle epoche precedenti.

Su un banco sono esposti dei botroidi di confronto con alcuni esemplari ritrovati nel Rio delle Meraviglie ,verso Crespellano. Ulisse Aldrovandi (grande naturalista bolognese del XVI° secolo) ne raccolse diversi e ne pubblicò alcuni per le forme strane che sono molto simili a quelle dello Zena. Sono esposti anche alcuni esemplari botroidali provenienti dai continenti Americani ed Africani.

Seconda sezione: i Gessi (Età: 6 milioni di anni fa circa)

Poco più a monte, lo Zena interseca la Vena del Gesso. Si tratta di rocce evaporitiche perché formatisi in bacini ipersalati durante il Messiniano, ultima fase   dell’ Epoca miocenica, alla fine dell’Era Terziaria. In quel periodo, infatti, il Mare Mediterraneo era quasi del tutto evaporato a causa della chiusura delle bocche tra Marocco e Spagna da cui fino ad allora defluivano le acque dell’Oceano Atlantico. Questo fenomeno era stato provocato dallo scontro della Zolla africana contro quella europea.

cristalli di gesso si formarono   crescendo su alghe microscopiche in fase di grande sviluppo (=eutrofizzazione). Si osservano diverse tipologie di cristalli . dai tipici geminati a “coda di rondine” ad altri trasparentissimi. Questa varietà (Lapis specularis) fu utilizzata dai Romani per creare delle vetrate in sostituzione   dei fogli di mica meno trasparenti e più rari. Interessante sono le geminazioni dette a Rosa per la conformazione   a raggiera di grandi cristalli dal colore grigiastro (per inclusioni di argilla), tuttavia rare nel nostro territorio. Sono   esposti anche esemplari di Rose di Gesso di provenienza sahariana, dal tipico colore rosato per la presenza si inclusioni di sabbia quarzosa. Una curiosità sono alcuni noduli di Zolfo amorfo che sono provenienti da interstrati argillo-marnosi a contatto con i gessi. Si tratta di di granuli di Zolfo concentrati nel soma dai batteri (Solfobatteri) che vivevano nelle acque povere di ossigeno delle lagune messiniane.

Sopra un banco è possibile osservare le diverse varietà cristalline di Gesso.

Terza sezione: Le Arenarie (Età: 5 milioni di anni fa circa)

Procedendo verso monte, dopo un restringimanto della valle , s’incontrano grandi colline a calanco: si inizia ad attraversare il Contrafforte Pliocenico. Si tratta del terzo antico mare che è intersecato dallo Zena. Era un mare caldo e poco profondo dove grande era la biodiversità. Per la morfologia di questa parte di costa del grande Golfo Padano, che si inoltrava fino al Piemonte, qui si era formato un golfo interno (=Bacino Intrappenninico). In queste acque calde (era un periodo di clima tropicale) vivevano e si riproducevano i grandi mammiferi marini tra cui Dugonghi e Balene.

Tra queste la Balenoptera acuto rostrata aveva (come oggi) l’abitudine di risalire in parte i corsi d’acqua. Per lei fu fatale la foce del Paleo-Zena che proprio alla base del Monte delle Formiche in quei tempi sfociava in mare (come del resto Idice, Savena, Setta, Reno ecc.). I suoi resti fossilizzati furono trovati da Bruno Monti   mentre spostava dei materiali franati. Oggi lo scheletro di questo gigante dei mari della val di Zena, è visibile al Museo Giovanni Capellini all’Università di Bologna, mentre sul sito del ritrovamento è stato posizionato, nel 2008, un modello a grandezza naturale (circa metri 10) creato dall’artista Davide Rivalta   e fortemente voluto dal Prof. Gianbattista Vai, direttore del suddetto museo col contributo della Fondazione CARISBO. A breve sarà esposto un piccolo modello di questo fossile nel museo di Tazzola.

Su un banco sono esposti alcuni esemplari di fossili pliocenici   tra cui anche una lastra con pesci provenienti da un sito alla base del Monte delle Formiche. Si tratta di Clupeidi ( = sardine) che vivevano in acque salmastre nelle ultime fasi del Miocene, poi ricoperte dalle formazioni   sabbiose che hanno originato il Contrafforte..

Quarta sezione: Le Argille scagliose  (Età: oltre 65 milioni di anni fa)

Oltre all’area sorgentizia dello Zena (Quinzano), il crinale appenninico si caratterizza per la presenza di estese zone ad Argille scagliose. Queste (che sottostanno a tutte le formazioni   su menzionate) sono i sedimenti di un antico Oceano Ligure che, prima dell’orogenesi completa dell’Appennino, scivolò ( e lo fa ancora oggi) verso nord-est, trascinando materiali di tipologia   diversa (calcari, rocce ignee ecc.) perdendo le strutture stratigrafiche quasi completamente. Nei terreni caoticizzati (Cretaceo) si rinvengono pesanti rocce di origine vulcanica (Serpentini, Gabbri, Basalti ecc.) che sono i brandelli (= Ofioliti) di antichi fondali oceanici di natura sia magmatica che metamorfica.

In un campione esposto sul banco, è possibile osservare una roccia verdastra con noduli di Rame (nell’attigua Valle dell’Idice, a Bisano, fu scavata una miniera di rame con scarsi risultati). Curiose sono le cosidette “Scodellette del diavolo” forme coniche di aragonite, oltre a campioni di barite dal peso specifico altissimo. Proprio da questi noduli, gli alchimisti bolognesi   ricavavano , polverizzandoli e bruciandoli, una strana luminescenza, per cui la chiamarono Pietra Fosforica Bolognese. Anche W. Goethe nel suo Viaggio in Italia (1813-1817) ne raccolse alcuni campioni.
Vi sono anche esemplari di Ftanite, una roccia molto antica, sedimentaria, silicea        ( derivata da scheletri di microscopici Radiolari) a grana molto fine e molto dura, dal colore nerastro per la presenza di sostanze carboniose. Per le sue caratteristiche è stata utilizzata nel Paleolitico per la realizzazione di strumenti (chopper, amigdale, punte ecc.) come testimoniato dai ritrovamenti di Luigi Fantini. Qui è possibile notare un manufatto fluitato ritrovato appunto da Fantini in Appennino.
Non mancano anche bianche druse di cristalli   Calcite e Quarzi bipiramidali, sempre caratterizzanti la Formazione delle Argille Scagliose mesozoiche.
Una ricostruzione di un dinosauro è stata messa per ricordare che, in quei tempi, si era nell’Epoca dei Dinosauri e dei grandi Rettili Marini (es. Mosasauri, Plesiosauri ecc.).

IN FONDO: SEZIONE DEDICATA ALLA STRUTTURA DI UN FORMICAIO TIPO

Per la presenza annuale   di formiche alate sulla cima del Monte delle Formiche, è stato riprodotto (ingrandito) in sezione un formicaio con la cella   dove la regina partorisce le prime uova da cui si origineranno le operaie (sterili), le gallerie, i magazzini . In alto esemplari di “formiche guardiano ed alate (sessuate).

SEZIONE DEDICATA ALLA COLLEZIONE DEI BOTROIDI DI LUIGI FANTINI

Nella parte destra , dove vi erano le altre poste, in diversi scaffali sono esposti oltre 200 campioni di Botroidi raccolti da Fantini nel letto dello Zena. Riteniamo che si tratti della collezione più ampia del mondo di queste strane forme   a grappolo, antropomorfe ecc. In un suo scritto, Luigi Fantini dichiarava, candidamente, che ogni volta che si recava in quel tratto del torrente, non riusciva   dal trattenersi dal raccogliere questi particolari forme arenacee assolutamente   diverse le une dalle altre. Dopo vari decenni Lamberto Monti e Giuseppe Rivalta, durante una visita al castello di Zena, in compagnia dell’allora proprietaria, si accorsero che lì vi era questa collezione, all’interno di una trentina di fustini da detersivo con giornali dell’epoca, come usava fare il   Fantini. Rivalta ricorda che personalmente, insieme ai soci del Gruppo Speleologico Bolognese (di cui Fantini ne era il presidente) traslocarono i suoi materiali paleolitici e questi, dal Museo Civico al suddetto castello, il cui proprietario era amico del ricercatore bolognese.

NEL CORRIDOIO CENTRALE: ESPOSIZIONE IN VETRINE

Nella prima in fondo vi sono alcuni esemplari di botroidi accompagnati dai fogli di giornale degli anni ’70 in cui erano stati avvolti, oltre ad alcuni ciottoli trovati   nei bidoni stessi.
Nella seconda vi sono numerosi esemplari di fossili e minerali     provenienti dalle valli del Setta e Brasimone, dalle formazioni del Monte Vigese e Montovolo, raccolti e donati dal ricercatore Ultimo Bazzani, durante molti anni di attività. A Castiglione dei Pepoli , dal 2011, è aperto un museo che raccoglie   molte altre testimonianze geologiche di quella zona.

NEL CORRIDOIO CENTRALE: BACHECA CON MANUFATTI PREISTORICI

I materiali esposti sono stati donati dal Signor Giustignani che li ha creati, con tecniche preistoriche, da ciottoli di selce del Gargano. Questi hanno la funzione di mostrare alcune tipologie industriali del Paleolitico, simili a quelle scoperte c da fantini nel bolognese.
Curiose sono due ciottoli di Selce Piromaca.

NEL CORRIDOIO CENTRALE: IL CASTELLO DI ZENA

Sono esposti alcuni frammenti di intonaci e vetri provenienti dalla cappella dell’antico Castello di Zena, del tutto distrutta dagli eventi bellici dell’ultimo conflitto mondiale.
Un poster racconta la storia leggendaria di Zenobia..

NELLA POSTA A SINISTRA USCENDO: FOSSILI DEL TRENTINO E DEL BOLOGNESE

Esemplari raccolti da Rivalta nelle Prealpi Venete (Ammoniti, Belemniti ecc.) e fossili provenienti dal Contrafforte Pliocenico.
Un televisore presenta alcuni audio video (origine della vita sulla terra, la balena della Val di Zena, percorrendo la Val di Zena ecc.) autoprodotti, con particolare interesse rivolto alle scuole o all’infanzia.