In località Zena, dove la strada che scende da Zula s’innesta in quella che viene da San Lazzaro di Savena, salendo per un breve tratto di strada sterrata, passando accanto a due capannoni rossi, si arriva in vista di uno degli ultimi veri castelli del bolognese: il Castello di Zena sulle falde del Monte delle Formiche.

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Le sue origini si perdono negli ultimi secoli prima dell’anno 1000. Situato su di un piccolo terrazzamento di arenarie plioceniche, che permette un’ ampia visione della sottostante valle in ogni direzione, anticamente era ricordato come Castrum Genae. Nei secoli ha subito varie traversie con distruzioni e ricostruzioni, per cui, oggi, si presenta con diversi corpi di fabbrica aggiuntisi in epoche diverse.

In uno studio del Della Casa (1913) si riferisce che già nel 1127, il castello era circondato da mura difensive che poi furono lasciate andare in rovina. Nel XIV° secolo e nel XVII° secolo subì vari restauri e manipolazioni architettoniche a causa dei materiali   arenacei e delle malte povere con cui era stato edificato (come del resto è avvenuto anche recentemente).

Castello di Zena -1903

Fu costruito durante il regno matildico come avamposto di confine tra Toscana e Bologna essendo tempi di lotta tra le due parti (Guelfi e Ghibellini). Fu anche usato come prigione (nel 1270 il Conte Guido Salvatico da Dovadola   qui fu tenuto prigioniero da parte dei Conti di Loiano). Su una parete del lato Sud, ancora oggi si può ammirare una piccola finestrina quadrata con architrave e sostegni laterali in arenaria fossilifera, tipica degli anni in cui nel nostro territorio lavoravano i “Maestri Comacini” gruppi di muratori del 1300 (caratteristiche erano le loro facce scolpite sulle case). A tazzola ne esiste ancora una simile, però a rischio di distruzione.

Nel 1666, lo storico Paolo Masini scrive che, del castello, “si vedevano ancora le vestigia” e l’abate Serafino Calindri Calindri , nel 1783 afferma che “..nel castello ed in altri quattro borghetti, abitavano 79 famiglie”. E’ storicamente accertato che nelle aree immediatamente attorno a questo avamposto, avvennero diverse scaramucce come confermato dalle numerose palle di piombo ritrovate. Nel grande spiazzo, oggi a prato incolto, dietro alla costruzione fino all’inizio del secolo scorso si teneva un’importante mercato del bestiame. Il castello era fornito di due cisterne per l’acqua, di cui una nel cortile del corpo di fabbricato, costruito o rimaneggiato, nel XVI° secolo (poi nell’800 abbellito da una fila di merlature), mentre la seconda (molto più grande e profonda) era sul lato posteriore e ben protetta, a fianco di un posto di guardia e alimentata da una sorgente. Non meno interessante è una grande ghiacciaia in mattoni, scavata nel terreno, al cui interno sono presenti, incredibilmente, dei grilli cavernicoli. Un giardino pensile, di fine ‘800 , ha in fondo una suggestiva torretta per l’allevamento di piccioni. Durante l’ultima guerra, qui fu una base di un comando tedesco che ha abbandonato, in vari punti, sotterrati e nascosti, armamenti e residuati bellici. Completamente distrutta da una bomba, è stata il piccolo Oratorio di Santa Cristina , che era stato innalzato nel settore del castello a strapiombo sulle mura, verso la valle. Poco lontano vi sono i resti del minuscolo cimitero, forse medievale, non ancora scavato. In quella che era chiamata Sala delle armi vi sono i resti di alcuni affreschi (molto rovinati) che alcuni  attribuiscono alla scuola di Francesco Francia ( famoso pittore bolognese vissuto tra la fine del’400 e l’inizio del ‘500) con scene che ricordano il mercato del bestiame che si svolgeva dietro al castello.

Una sistemazione che lo portò ad un rinnovato splendore avvenne all’inizio del XX° secolo ad opera   della marchesa Maria Sassoli de Bianchi e dal suo consorte il marchese Giuseppe Sassoli De Bianchi ( estimatore di Luigi Fantini a cui concesse, negli anni’70, di trasportare lì i suoi materiali   che erano custoditi al Museo Civico di Bologna, tra cui i botroidi).

E’ interessante ricordare (come da ricerche archivistiche effettuate da Fantini) che i proprietari del castello, a partire dal XII° secolo, appartennero a diverse casate bolognesi come i Lambertini, i Cossa, i Foscherari,i Mezzovillani, i Gandolfi, gli Agucchi, i Legnani-Ferri e LegnaniAgucchi, per finire con il Dr. Rivani ed i marchesi Sassoli . Nel XXI° secolo, gli ultimi tentativi di salvare questo antico complesso di edifici ( che le recenti nevicate ed i terremoti lo hanno molto danneggiato), lo si deve alle famiglie Saggiorato e Zanotti.

Fam.Forni -Cast.di Zena 1944

Fam.Forni -Cast.di Zena 1944

Speriamo che questo importantissimo monumento storico della Val di Zena ritorni a nuova vita e splendore e che sia fruibile al pubblico.

 

LA LEGGENDA

Come ogni castello che si rispetti è avvolto da racconti leggendari. Anche questo non è scevro da storie. La più nota è quella che parla di Zenobia, meglio nota come “La fanciulla di Zena”. Questa ha dato ispirazione a Raffaele Garagnani, alla metà del XIX° secolo, per scrivere un romanzo storico. Forse la sua ispirazione è nata da una lapide che era nel piccolo cimitero di Santa Cristina, nel castello, oggi scomparsa.

In breve, è una storia di amore e morte, tipica di quel periodo letterario, pervaso di romanticismo, dove Zenobia , figlia dell’allora proprietario del castello di Zena (Guelfo), innamoratasi di un giovane di una famiglia (Ghibellina) in netto contrasto con la sua, venne tenuta segregata nel castello per evitare che i due si incontrassero. Seguiranno rapimenti e diverse vicende.

Il romanzo è ambientato tra il 1077 ed i 1081, in piena epoca matildica e sarà proprio Matilde di Canossa a far sposare i due ragazzi, ma alla fine , ormai, Zenobia, morirà per i patimenti subiti.