Francesco Orsoni

Le grotte del Farneto

 

I Gessi Bolognesi offrono un campo di ricerca verso il quale si sono rivolti numerosi studiosi del passato. Fra questi appassionati emerge un personaggio che dedicò gran parte della sua vita a questa porzione di territorio bolognese. Parliamo di Francesco Orsoni, uomo dal carattere complesso e spigoloso, che sacrificò tutto ciò che aveva sull’altare della scienza. Tralasceremo le vicende relative ai soggiorni in Francia e in Sardegna per focalizzare l’attenzione solo al lungo periodo trascorso soprattutto nella Val di Zena.
Francesco Orsoni, classe 1849, quinto figlio di un’agiata famiglia della media borghesia bolognese, crebbe in un’epoca di grandi cambiamenti e aspettative in una giovane Italia attraversata da ferventi passioni politiche e proiettata verso un futuro dai risultati incerti. Sebbene le vicende del Risorgimento influissero pesantemente sulla vita pubblica e politica del paese, nelle quiete sale degli atenei continuavano gli studi e le ricerche scientifiche erano in piena espansione. A Bologna nella seconda metà dell’Ottocento la ricerca geologica e naturalistica, al pari di quella paletnologica e archeologica, stavano vivendo un periodo di notevole fermento. La facoltà di Geologia e Paletnologia dell’Università era diretta da Giovanni Capellini, scienziato di fama mondiale che costantemente arricchiva di nuovi reperti il Museo che oggi porta il suo nome.
Alle lezioni di Capellini assisteva assiduamente il giovane Francesco Orsoni, affascinato dagli insegnamenti e dalle prospettive illustrate dallo studioso. Orsoni nel tempo libero soleva compiere escursioni ed esplorazioni nel territorio collinare del bolognese, favorito anche dal fatto che la sua famiglia possedesse una villa di campagna presso la località Cicogna di San Lazzaro di Savena e quindi a breve distanza dalla Val di Zena. Proprio qui, nell’ottobre del 1871, poco dopo la chiusura del V Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche tenutosi in città, ebbe la ventura di compiere una scoperta che gli dischiuse le porte di un mondo sconosciuto, al quale avrebbe dedicato gran parte della sua vita.
Risalendo la Val di Zena, nella località Farneto di fronte alla Casa Osteriola e dunque nel cuore dell’affioramento dei gessi che caratterizzano l’ultima porzione pedecollinare dell’Appennino prima della Pianura Padana, scoprì l’esistenza di una cavità pressoché sconosciuta.

 

Ritratto ad incisione per la pubblicazione sulla rivista Arte e Natura, 1894

 

Animato dalla curiosità e dalla giovanile sete d’avventura, iniziò un’esplorazione che gli permise di imbattersi in un poderoso deposito preistorico risalente all’Età del Bronzo. Questa scoperta giunse alle orecchie del Prof. Capellini, il quale spinto dalla curiosità effettuò personalmente una visita alla nuova caverna constatando personalmente l’effettiva presenza di manufatti preistorici.
Le ricerche subirono però un brusco arresto nel 1872 per ragioni che nulla avevano a che fare con l’archeologia: Orsoni aderì al movimento anarchico internazionale e intraprese azioni ai limiti della legalità che nel giro di pochi mesi lo costrinsero ad abbandonare l’Italia per approdare prima in Svizzera e poi in Francia. Dovevano trascorrere sette anni prima che egli, nella seconda metà del 1879, potesse finalmente ritornare a Bologna in compagnia della nizzarda Desirée Cotton, la donna che gli fu compagna per i successivi ventitré anni.
A Bologna, Orsoni da un lato accarezzò l’idea di impiantare un’attività industriale basata sull’estrazione dello zolfo, minerale del quale fin dal 1871 aveva constatato un’apprezzabile presenza fra le stratificazioni gessose del Farneto e quelle affioranti sull’Idice presso Castel de’ Britti. Questo lo mise però in contrasto con Capellini, che non credeva alla possibilità di uno sfruttamento di tali giacimenti: ne nacque una querelle, riportata anche dalla stampa cittadina, che si concluse con il fallimento del progetto e la revoca dei finanziamenti promessi da alcuni industriali, il che non giovò all’immagine pubblica di Orsoni. Dall’altro lato, decise di riprendere gli scavi alla Grotta del Farneto, convinto dell’assoluto valore scientifico rappresentato dalla cavità. Qui egli non si sbagliava: ottenuto un primo finanziamento dal Ministero dell’Istruzione Pubblica, nel 1882 riprese i lavori nella grotta e nel giro di cinque anni portò alla luce una tale quantità di reperti e testimonianze preistoriche da lasciare esterrefatto il noto archeologo prof. Edoardo Brizio, diventato nel frattempo direttore del Museo Civico Archeologico di Bologna nonché direttore degli Scavi di Antichità per le provincie di Romagna e Marche. Orsoni aveva compiuto uno sterro nel primo ambiente della Grotta del Farneto per una profondità di circa sei metri rivelando, oltre a una cospicua presenza di manufatti, una serie stratigrafica quasi ininterrotta comprendente numerosi focolari con resti di faune selvatiche e domestiche attestanti la caratteristica stanziale dell’insediamento. A conti fatti aveva rivelato come la Grotta del Farneto fosse stata utilizzata fin dall’inizio dell’Età del Bronzo come vera e propria abitazione dalle genti che generazione dopo generazione avevano frequentato e percorso la Val di Zena.

 

Esterno delle Caverne del Farneto, fine 800′

 

Francesco Orsoni era ben conscio dei risultati ottenuti col suo lavoro, ma la caparbia sicurezza di cui era animato a lungo andare lo spinse a scoprire il fianco a una lunga serie di attacchi denigratori verso la sua persona, senza rendersi conto del ginepraio in cui si stava cacciando. Il tutto ebbe inizio col cronico e pressante bisogno di denaro necessario per la continuazione degli scavi al Farneto. Egli studiò tutte le maniere possibili per ottenere finanziamenti, inclusa la richiesta di prestiti a parenti, amici e personalità di rilievo della vita pubblica bolognese. Ricordiamo il privilegiato rapporto che ebbe col grande Giosuè Carducci, il quale in qualche modo cercò di favorirlo e proteggerlo, e grazie a lui Orsoni poté accedere a prestiti e raccomandazioni presso le istituzioni. Tuttavia, a causa della costante situazione di sofferenza in cui viveva, i benefici avuti da quelle conoscenze non potevano certo risolvere i problemi che ormai si trascinavano da anni. Nel 1888 Orsoni si trasferì da Bologna al Farneto dove costruì una capanna di legno su una golena dello Zena e qui andò a vivere con Desirée e il figlio avuto da ella l’anno prima, al quale era stato dato il nome di Tito Romolo.
Le poche testimonianze oculari che abbiamo su quel periodo parlano di una situazione di precarietà tale da rasentare la mera sopravvivenza. È difficile capire il perché un uomo colto e intelligente come Francesco Orsoni si fosse lasciato andare fino a quel punto, ma la Grotta del Farneto lo aveva in qualche modo stregato suscitandogli il miraggio di poter acquisire notorietà e prestigio, con un conseguente ritorno economico dovuto alla grande importanza scientifica della sua scoperta.

 

Gita di gruppo al Farneto, 1893

 

In effetti per qualche tempo di quel 1888, grazie alle favorevoli circostanze offerte dalle celebrazioni per l’ottavo centenario della fondazione dell’Università di Bologna e per l’inaugurazione della grande Esposizione Commerciale Emiliana ai Giardini Margherita, le cose sembrarono girare per il verso giusto. Il Farneto e Orsoni vissero un momento di notorietà con articoli sui quotidiani cittadini e visite di molte personalità, richiamate dall’indubbia importanza di ciò che aveva rappresentato la grotta per l’uomo dell’Età del Bronzo. Ma si trattò di una parentesi che durò solo pochi mesi e lasciò Orsoni alle prese con i problemi di sempre. Egli era talmente a corto di fondi che utilizzò ogni espediente per racimolare denaro: vendette il guano di pipistrello, estratto dal Farneto, senza risolvere alcun problema, diede in pegno la sua collezione ai fratelli Poggioli, titolari di un’azienda commerciale di Bologna, in cambio di prestiti non restituiti, il che gli impedì di vendere poi la stessa collezione al Ministero e a Edoardo Brizio, direttore del Museo Archeologico di Bologna. Per tutto questo fu escluso da qualsiasi attività nella Grotta del Farneto.
Pieno di amarezza e col fisico pesantemente minato dalle difficoltà e dalle privazioni, Orsoni ritornò a Bologna dove cercò di sbarcare il lunario accettando i lavori più umili finché nel 1902, la compagna Desirée e il figlio Tito Romolo lo abbandonarono al suo destino ed emigrarono in Francia. Ormai completamente solo ed evitato da tutti, iniziò un desolante pellegrinaggio per l’Italia, vivendo di espedienti e scomparendo dalle cronache. Le ultime notizie che abbiamo di lui risalgono al 1906: per oscuri motivi riappare a Firenze dove fu ricoverato all’Ospedale di
Santa Maria Nuova e trasferito nel reparto speciale per le malattie polmonari. Passarono alcuni giorni, poi il 16 agosto di quell’anno le tribolazioni e sofferenze di Francesco Orsoni terminarono con una pietosa morte.
Luigi Fantini con le sue ricerche tramandò il ricordo di quell’uomo particolare, che tutto sacrificò sull’altare della scienza. La Grotta del Farneto racchiusa fra le verdi colline della Val di Zena rimane a perenne ricordo di una vita vissuta con grande passione.

 

testo di Claudio Busi